venerdì 27 settembre 2013

Oltre Telecom - la crisi epocale da cui l'Italia non sa uscire

Il caso Telecom Italia è in queste ore balzato all’onore delle cronache, ricordando all’opinione pubblica come il nostro paese stia drammaticamente perdendo i suoi cespiti più importanti. L’informazione moderna è frenetica e la memoria del pubblico corta: probabilmente la notizia, e il dibattito attorno ad essa, saranno già dimenticati nel giro d’un paio di giorni. Lo dimostra il fatto che il clamore suscitato oggi dal passaggio della compagnia telefonica nazionale in mani spagnole sia in realtà ingiustificato, trattandosi solo dell’ultimo episodio d’un processo di privatizzazione, parcellizzazione e vendita all’estero dei cespiti italiani che prosegue da oltre un ventennio. Processo che va di pari passo con la collocazione del debito pubblico all’estero, l’incremento della pressione fiscale per pagare i sempre più onerosi interessi, la cessione della politica monetaria a un’entità esterna, la rinuncia ad un ruolo statale nell’economia, ed altro ancora. Tutti fenomeni interrelati tra loro, che rispondono ad una carenza strategica dell’Italia e hanno il loro esito nella retrocessione del paese a un ruolo completamento subalterno. Ma andiamo per ordine.

Nel 1963 la nazionalizzazione del comparto elettrico, varata da Amintore Fanfani, conferì il monopolio nel settore all’ENEL. La SIP, una società elettrica rilevata negli anni ’30 dall’IRI e che fin dagli anni ’20 aveva investito nel settore telefonico, sfruttò le entrate derivanti dalla vendita dei cespiti all’ENEL per dedicarsi interamente a quest’ultimo settore, in cui già era da alcuni anni monopolista di fatto controllando tutti gli operatori. La storia della SIP è di successo, d’un operatore all’avanguardia mondiale. Ad esempio, è italiana l’introduzione della prima scheda telefonica al mondo (1976), una tecnologia protagonista per alcuni decenni della telefonia nonché antesignana della scheda ricaricabile. Anche questa seconda tecnologia, decisiva per lo sviluppo della telefonia mobile, fu un’invenzione italiana: la prima scheda ricaricabile al mondo fu emessa dalla TIM, nel 1996. 

Nel 1973 la SIP creò invece RTMI, la prima rete italiana radiomobile integrata nel sistema telefonico nazionale: è lo stesso anno in cui negli USA la Motorola lanciava il primo telefono mobile. Nel 1979 l’azienda statale italiana pose i primi 16 km di fibra ottica a Roma: si tenga presente che tale tecnologia era stata applicata per la prima volta negli USA solo due anni prima. All’inizio degli anni ’90 la SIP era l’azienda europea col maggior numero d’abbonati al servizio radiomobile. La STET, la società tramite cui l’IRI controllava la SIP, aveva più di 135.000 dipendenti e un fatturato di quasi 14.500 miliardi di lire. Tra le controllate di STET erano anche imprese strategiche come Selenia (produzione di radar, avionica, elettronica di bordo, sistemi missilistici) e Sistel (sistemi missilistici).

Nel 1985 cominciò il processo di privatizzazione, con la quota STET in SIP che decrebbe dall’82% al 54%. Nel 1994 dalla fusione di SIP con altre società controllate dalla STET nacque Telecom Italia, che nel 1997 si fuse con la STET stessa mantenendo il proprio nome. 
Nel 1995 fu invece scorporata TIM (che Telecom Italia avrebbe riacquistato nel 2005, aggravando il proprio indebitamento); SEAT fu invece scorporata e privatizzata a vantaggio d’una cordata guidata da De Agostini. 
Nel 1997, sotto il governo Prodi e con Guido Rossi a capo della società, il Tesoro cedette quasi tutte le sue azioni (il 35,26% del capitale) ricavando 26.000 miliardi di lire. Quasi 13 miliardi e mezzo di euro, allora decisivi per l’ingresso dell’Italia nell’Euro, ma ben poca cosa di fronte a un debito pubblico che oggi ha superato i 2000 miliardi di euro. 
All’epoca fallì il progetto di conferire il controllo di Telecom Italia a un “nocciolo duro” costruito attorno agli Agnelli e cominciarono le scalate: prima quella della cordata guidata da Roberto Colaninno e riunita nella società Hopa (1999), poi quella della Olimpia di Marco Tronchetti Provera (2001), infine quella della Telco composta da banche italiane e dalla società spagnolo Telefonica (2007).

L’OPA lanciata dalla cordata guidata dal Colaninno nel 1999 ebbe dimensioni imponenti: un affare da 100.000 miliardi di lire, il più grande (ancora oggi) nel suo genere in Italia e tra i maggiori al mondo. Eppure, tanto Colaninno quanto i suoi soci misero direttamente sul piatto poco denaro, facendosi invece forti del credito ottenuto da varie banche, con in testa la statunitense Chase Manhattan che garantì da sola metà dell’importo. Anche quello della Olimpia fu un acquisto a debito, e questa particolare modalità di scalata si è ripercossa sullo stato di salute della Telecom Italia. Sebbene i protagonisti abbiano sempre respinto l’accusa di aver scaricato sulla società i debiti maturati per acquistarla, è un fatto che dalla privatizzazione a oggi la Telecom abbia sostanzialmente bloccato gl’investimenti sulla rete, dimezzato i dipendenti (da 120.000 a 55.000), ceduto il proprio patrimonio immobiliare (con ingenti ricavi ma acquisendo l’onere d’affitti che ogni anno costano alla società varie centinaia di milioni di euro), passato di mano investimenti e controllate (Italtel, Digitel, Tim Hellas, Alice France e altre ancora). 

Malgrado questo ingente piano di dismissioni e ridimensionamento, il debito della società è esploso, dagli 8,1 miliardi di euro del 1998 ai 36 miliardi di euro di oggi. Ma, mentre la Telecom Italia accumulava questi ulteriori 28 miliardi di debiti, la società ha continuato a distribuire generosi dividendi ai suoi azionisti: ben più di 20 miliardi di euro.

Oggi politica e opinione pubblica fanno mostra d’indignazione per l’acquisizione della Telecom Italia da parte di Telefonica. La società spagnola con un investimento di poco più di 800 milioni di euro acquisisce il controllo di una che sul mercato vale 11 miliardi; i giornali hanno poi ben descritto come Telefonica, già indebitata di suo (54 miliardi di euro di debito netto), difficilmente investirà sulla rete italiana, ma anzi il suo principale interesse è sbarazzarsi della concorrenza che le sussidiarie Telecom Italia in Sudamerica fanno alla compagnia spagnola. Eppure, il disastro della Telecom Italia – da multinazionale dello Stato italiano all’avanguardia nel mondo a indebitato carrozzone svenduto a una compagnia straniera – si è consumato, lentamente e inesorabilmente, nel giro di un quarto di secolo, ed epitoma una sorte simile toccata a tante altre eccellenze italiane coinvolte nel processo di privatizzazione – un mantra che, sempre per un quarto di secolo e più, è stato ripetuto e presentato come taumaturgico dalla politica e dell’intellighenzia italiana. Alitalia e Cirio sono esempi di compagnie che, dopo l’uscita dall’IRI, non hanno certo brillato. Finmeccanica, rimasta in mano pubblica, ha mantenuto e consolidato il suo ruolo nel mercato globale, ma oggi è nel mirino della prossima tornata di privatizzazioni.

Il passaggio in mano straniera di determinate compagnie non è una questione di prestigio nazionale. Pecunia non olet. Il problema è altresì strategico e di tenuta del sistema Italia. La rete telefonica (ivi inclusa Internet) del nostro paese è passata in mano spagnola. Il sistema agroalimentare italiano è stato in larga parte acquisito dai francesi. Nell’informatica sono lontani i tempi in cui la Olivetti gareggiava con i marchi statunitensi nell’introduzione dei primi PC. L’industria degli armamenti, economicamente ancora sana, a causa della pressione della politica e di quella dell’opinione pubblica dopo il disvelamento d’alcuni scandali di corruzione, ha avviato la cessione di cespiti all’estero. L’Italia sta perdendo non solo il controllo di elementi strategici della sua economia e capacità produttiva, ma il processo di privatizzazione – a prescindere che sia avvenuto a vantaggio di compagnie stranieri o di “capitani coraggiosi” di casa nostra – si è accompagnato generalmente al radicale calo degl’investimenti nell’ammodernamento delle strutture e nella ricerca scientifica, nonché alla delocalizzazione d’impianti e produzioni all’estero. Vi è inoltre il problema fiscale: l’acquisizione da parte di grosse multinazionali favorisce quei processi di elusione in virtù del quale corporation dai fatturati miliardari versano in tasse cifre irrisorie (vedi il caso Apple, capace di pagare nel 2011 dieci milioni di tasse pur avendo entrate da 22 miliardi).

La perdita di controllo su strutture strategiche, il calo dell’occupazione, l’uscita da settori ad alta tecnologia (la progressiva sparizione della grande industria in Italia è all’origine di quell’incapacità del sistema d’assorbire i laureati italiani, con conseguente “fuga dei cervelli” istruiti a caro prezzo), sono problemi che l’Italia patisce non da oggi, ma da decenni, e che sono indipendenti dalla nazionalità dell’acquirente del cespite privatizzato. Gioielli dell’industria italiana, oggi finiti in mano straniera o in procinto di farlo, vi sono giunti dopo che il capitalismo nazionale li ha demoliti con una gestione poco lungimirante, e certo incosciente, mirante solo a massimizzare i profitti a breve termine. Uno Stato debole e guidato da funzionari poco coscienziosi, che si sono fatti scudo strumentalmente del tema del debito pubblico (le privatizzazioni hanno inciso e incideranno minimamente a vantaggio delle casse statali), ha svenduto beni così faticosamente creati e accumulati dall’Italia in sforzi pluridecennali. Inutile oggi stracciarsi le vesti perché Telecom Italia diventa spagnola, e il giorno dopo svendere ENI o Finmeccanica. Inutile anche recuperare la rete per decreto – e un nuovo sacrificio finanziario, dal momento che non si può espropriarla senza indennizzo – salvo poi perseverare nel non investirvi per ammodernarla, cosa più che probabile visto che nessuno più in Italia, né lo Stato né le banche né gl’industriali, hanno i soldi necessari e la volontà di spenderli.

Il problema è a monte. 
È in un’adesione ideologica e dottrinaria al neoliberalismo, coi suoi mantra del laissez-faire, della non ingerenza dello Stato nell’economia, del privatizzare, del lasciar fare al mercato. È nell’assenza di una pianificazione strategica da parte dello Stato e di una riflessione strategica da parte della società civile. È nell’incapacità della società italiana di mantenere una coesione morale e un minimo di patriottismo necessari a salvarla dagli ovvi assalti di competitori stranieri giustamente decisi a massimizzare i propri profitti. Sono questi gl’ingredienti della crisi del nostro paese, ch’è non solo la crisi del debito che l’attanaglia ormai da alcuni anni, ma è una più generale retrocessione dell’Italia dal suo rango di paese tra i più avanzati al mondo. Senza affrontare questi macro-problemi il declino proseguirà inarrestabile. E Telecom Italia che passa a Telefonica, nel libro di questo declino, è paragonabile a non più di un breve paragrafo.


D. Scalea - 25/09/2013
http://www.geopolitica-rivista.org

mercoledì 25 settembre 2013

Un Paese in (s)vendita

Finmeccanica si vende i gioielli

Ansaldo Sts, Breda ed Energia verso terre straniere. Il gruppo si concentra sul militare. Sindacati allarmati: «È una delle ultime aziende che investe in ricerca». Sembra tramontare anche l'ingresso di Cassa depositi e prestiti. E intanto Telecom diventa spagnola. A rischio migliaia di posti di lavoro


Borse che festeggiano, valorizzando il titolo del 4% in una seduta per il resto negativa. Sindacati preoccupatissimi e pronti alla mobilitazione. Governo tentennante, di fatto incapace di una politica industriale degna di questo nome. Nel caso Finmeccanica e nelle sue previste dismissioni c'è la fotografia di un paese che si riduce perfino a smantellare uno dei suoi ultimi grandi presidi industriali e tecnologici. Salvaguardando il solo comparto militare, a scapito di due eccellenze del settore civile come Ansaldo Energia e Ansaldo Sts, e dell'unico polo ferroviario nazionale rappresentato da Ansaldo Breda.
A Fiom, Fim e Uilm che erano stati convocati proprio per parlare delle tre Ansaldo, l'ad di Finmeccanica, il «finanziario» Alessandro Pansa, ha ribadito che la sua politica non cambia: «Pansa ha confermato la strategia per il gruppo decisa nello scorso giugno 2011 - riepilogano i sindacati - tesa a concentrare le opportune risorse allo sviluppo dei settori considerati core business: aeronautica, elicotteristica, elettronica della difesa e spazio». Finché c'è guerra c'è speranza. Tanto che dell'ipotesi di vendere la controllata americana Drs, per fare un po' di cassa, proprio non si è parlato.
Al contrario Finmeccanica, che pure conta 40 mila addetti e in un paese tecnologicamente desertificato ha investito in ricerca e sviluppo 10 miliardi di euro negli ultimi cinque anni, sostiene che «anche a fronte dell'eccessivo indebitamento e della scarsa generazione di cassa, non ha le risorse necessarie per sviluppare le attività di tutte le società». Quindi si (s)vende: «Le trattative per la cessione di Ansaldo Energia ai coreani (di Doosan, ndr) sono a uno stadio molto avanzato - riassumono Fiom & c. - Inoltre l'ad Pansa ci ha informato dell'esistenza di un'altra trattativa aperta per il settore del trasporto ferroviario con importanti gruppi manifatturieri esteri». Che sono General Electric per l'altro gioiello di famiglia, Ansaldo Sts, e i giapponesi di Hitachi per Ansaldo Breda.
Allo shopping delle multinazionali potrebbe opporsi, almeno in teoria, il governo. Solo due giorni fa Stefano Fassina aveva fatto accarezzare una ipotesi «riformista»: nonostante che il ministero dell'Economia sia il primo azionista di Finmeccanica (con circa il 33%), il suo numero due spiegava: «Noi vogliamo una soluzione che, attraverso la Cassa depositi e prestiti, consenta alle tre Ansaldo unite di poter rimanere in modo molto trasparente e fermo sotto il controllo italiano, con la ricerca di partner industriali disponibili». Posizione analoga a quella del ministro dello Sviluppo economico Flavio Zanonato. Ma a giudicare dalle parole dell'ad Pansa ai sindacati, anche la (s)vendita soft incontra resistenze.
Di più: chiamata in causa («Tocca ora a Cassa depositi e prestiti farsi avanti con una proposta»), ieri la Cdp per bocca del suo presidente Franco Bassanini ha detto papale papale: «Non siamo la vecchia Iri, dobbiamo porre un'attenzione rigorosa alla sostenibilità economico-finanziaria degli investimenti e dei finanziamenti che facciamo. Anche i vincoli della Ue ci impongono di comportarci secondo i criteri degli investitori di mercato». Come se Ansaldo Sts e Ansaldo Energia fossero aziende decotte, e non dei gioielli del made in Italy.
Il sindaco genovese Marco Doria, che ha Ansaldo Energia in casa, la vede così: «Il governo Letta è stato troppo silenzioso su Ansaldo Energia e Ansaldo Sts, una vicenda che ha un'importanza assoluta per l'industria nazionale. Lasciare la decisione sul futuro delle nostre aziende soltanto a un gruppo che legittimamente guarda ai suoi equilibri di bilancio mi è sembrato molto riduttivo». Del resto, quando Letta ha parlato in difesa di Ansaldo Breda - e dall'agenzia di consulenza tecnica indipendente Mott MacDonald emerge che non c'è nulla che non vada nel treno ad alta velocità Fyra contestato da belgi e olandesi - poi non è successo niente.

R.Chiari - il Manifesto - 24/09/2013

lunedì 23 settembre 2013

Comunicato Rete 28 aprile - Verona




IL RICATTO E’ LA NUOVA POLITICA
INDUSTRIALE DEI PADRONI.

La nuova politica industriale non è fatta di investimenti, ricerca e innovazione ma di ricatti.
Da Marchionne ai Riva questa è la nuova strategia dei padroni contro le lotte dei lavoratori e i loro diritti ormai quasi completamente cancellati.
La crisi è ben lontana dalla soluzione, anche se governo di ladre intese e padroni hanno inventato una ripresa che serve solo a distribuire denaro pubblico alle imprese, ma che dai dati ufficiali non ha alcun riscontro, giacché la disoccupazione e la precarietà sono aumentate anche quest’anno ed il Pil “è deludente”, come afferma la commissione dell’Unione Europea; che usa un eufemismo per dire che il nostro PIL è semplicemente disastroso.
In parole più semplici la ripresa è una ripresa per i fondelli.
Di fronte a questi ricatti la risposta del governo è di fare decreti ad hoc per permettere ai padroni di turno di continuare a sfruttare sempre più i lavoratori e a continuare ad inquinare il territorio provocando disastri e dissesti ambientali e morte.
Le cosiddette “parti sociali”(una volta si chiamavano sindacati e la Confindustria era il sindacato dei padroni che era la controparte sociale) balbettano e aspettano commissariamenti salvifici che salvano solo i profitti delle imprese che ricattano e inquinano.
E di tutto ciò si finisce per scaricare la colpa sulla magistratura che applica le leggi di questo Stato e ne pretende il rispetto. Applausi alla magistratura quando colpisce gli immigrati ma guai a toccare i padroni e i condannati per frode fiscale che reclamano “agibilità politica”.

La Costituzione Italiana, che un parlamento nominato vuole stravolgere perché indigesta a chi vuole le “mani libere”, sancisce che:
    Art. 41: L'iniziativa economica privata è libera.

Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
    E l’art. 43: A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale. 
Nel caso di Riva Acciaio, ancor di più, in quanto attività d’interesse generale giacché ha il monopolio dell’acciaio nazionale, vi sono gli estremi per la nazionalizzazione e senza indennizzo, giacché dovrebbe essere riva ad indennizzare lo Stato e i lavoratori per i danni provocati agli esseri umani e al territorio. Non ci si può limitare a chiedere lavoro perché il lavoro senza diritti fondato sui ricatti non è lavoro ma schiavitù.


La Rete 28 Aprile – opposizione CGIL esprime la propria solidarietà ai lavoratori con la propria presenza nelle piazze  e sui luoghi di lavoro,  contro ogni ricatto e attacco ai diritti del lavoro e costituzionali.
La Rete 28 Aprile si impegna a continuare nella CGIL il dibattito e, quando necessario, il conflitto democratico, per un’opposizione più incisiva contro la linea di governo e padroni per riportare nella lotta e nella contrattazione nazionale i diritti cancellati e per una più forte risposta complessiva fuori fa ogni compatibilità e responsabilità che non riguardano i lavoratori che troppo hanno già dato senza ricevere in cambio che disoccupazione, precarietà e miseria.

Rete 28 Aprile – opposizione CGIL Verona,
Via G. dai Libri, 4 37.131 Verona – tel. 338-8717731

venerdì 13 settembre 2013

CC Fiom - ODG su manifestazione 12 ottobre

Dichiarazione di voto di astensione di Sergio Bellavita. Segue il documento approvato dalla maggioranza (...)
 
Odg “Manifestazione 12 ottobre 2013”
Dichiarazione di voto di Sergio Bellavita
Ci asteniamo per due ragioni, in primo luogo non è stata accolta la nostra proposta di valorizzare e accogliere tutte le iniziative di mobilitazione che sono già preannunciate per ottobre, in secondo luogo consideriamo che la manifestazione a difesa della Costituzione non possa prescindere da una denuncia netta e radicale delle responsabilità del presidente Napolitano e del Pd sulla manomissione della Costituzione repubblicana.

Ordine del giorno
Manifestazione 12 ottobre 2013

Il Comitato centrale impegna tutta l’organizzazione alla piena riuscita della manifestazione nazionale indetta per il 12 ottobre sui contenuti del manifesto: “La via maestra: la Costituzione” e su cui si è svolta l’Assemblea aperta dello scorso 8 settembre.
Ciò in coerenza con la piattaforma con cui la Fiom ha svolto la manifestazione dello scorso 18 maggio e con le lotte per la difesa dei diritti nel lavoro, della democrazia, della legalità, rappresentate emblematicamente, dalle lotte per l’occupazione e contro la precarietà, per la 
riconquista del Ccnl, dalle vicende Fiat e dalla sentenza della Corte costituzionale.
Approvato con 77 voti favorevoli, 1 contrario, 14 astenuti


www.rete28aprile.it - 13/09/2013

giovedì 12 settembre 2013

Colpiscine 9 per educarne 7000 (piccoli (?) fascismi avanzano...)


Accusati 9 lavoratori per le proteste contro la Fornero

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In settembre a Modena, presso gli uffici del Prefetto cominceranno a Modena le audizioni per i 9 lavoratori sanzionati per l'occupazione dell'Autostrada A1, avvenuta il 31 marzo 2011 nell'ambito  della campagna nazionale di lotta contro la Riforma Fornero e per la difesa dell'art.18.

Il 31 marzo del 2012, più di 7000 operai metalmeccanici, giunti davanti al casello di Modena Nord, rompendo spontaneamente  cordoni e trattative improvvisate con la Digos, decisero di entrare in A1 e di bloccarne la circolazione. L'inziativa si concluse senza danni o tensioni, con ulteriori blocchi di “ritorno” lungo la via Emilia. L'entusiasmo dei lavoratori quel giorno era alle stelle, per aver finalmente partecipato ad un'inziativa non rituale ed essere riusciti persino a “forzarne” l'esito verso l'azione diretta.

Alcuni mesi dopo, arriva la rappresaglia: a 9 lavoratori (su 7.000!) viene contestata l'azione del 31 marzo, con la richiesta di pagare 2500 euro ognuno per l'infrazione commessa.
Ora: in un Italia in cui dalla Val Susa alla Sicilia fioccano arresti e criminalizzazioni di ogni tipo, questi provvedimenti possono risultare blandi o secondari. Ma qualche considerazione va fatta:

1) è la prima iniziativa della CGIL che a Modena subisce una sanzione giudiziaria/amministrativa da decenni a questa parte.  Un brutto calcio in culo, per un sindacato che in questa città è sempre stato nella stanza dei bottoni. Un chiaro segno dei tempi.

2) La sanzione pecuniaria, lungi dall'essere una misura debole o affievolita, rappresenta un pericolo crescente per le lotte sociali: Procure, Questure e Prefetture, spesso evitano la via scivolosa della denuncia penale (i processi sono lunghi e possono sfuggire di mano) e mirano nell'immediato a fare quanti più danni possibili sul piano economico a singoli soggetti, mirati o pescati a caso nella massa. Questo sistema è usato spesso con gli studenti: la novità è l'utilizzo contro delegati e iscritti del sindacato più rappresentativo.

3) La CGIL modenese ha sempre taciuto sulla vicenda, mentre la Fiom l'ha subita come un'infortunio da non ripetere: ma la massa di operaie e di operai che quel giorno si sono riversati sulla carreggiata della Milano Napoli, nell'azione di lotta più importante della storia sindacale modense negli ultimi vent'anni,  rappresentano una lezione da non dimenticare per i profeti del “... tanto i lavoratori non ci seguono...”.

Quando si fa sul serio, gli obiettivi sono forti, il terreno di lotta è chiaro, non solo i lavoratori  “...ci seguono”, ma spesso e volentieri  corrono avanti più veloci delle mediazioni di piazza o di palazzo.
Per le burocrazie e le Questure questo può essere un bel problema da risolvere con denunce e maxi multe. Ma per chi agita il conflitto sindacale e sociale, è una lezione preziosa.

Adesso c'è da capire la volontà di andare fino in fondo da parte della Prefettura (l'organo di appello alle sanzioni). Nel caso si confermasse tale volontà punitiva, le lavoratrici e i lavoratori che quel giorno erano in autostrada con la FIOM dovranno tutti essere nuovamente mobilitati nella solidarietà ai loro compagni colpiti, così come la CGIL dovrà schierarsi apertamente, mettendoci la faccia, a tutela dei propri iscritti.


G. Iozzoli

http://www.rete28aprile.it - 12/09/2013


mercoledì 11 settembre 2013

Rinazionalizzare le pensioni conviene

Dopo Argentina e Ungheria anche la Polonia si riprende la parte pubblica dei fondi privati. Nella gestione privata c'è solo un vincitore, i fondi pensione che fanno la cresta.



Non c'è due senza tre. Dopo Argentina e Ungheria anche la Polonia governata da un liberista ha rinazionalizzato il sistema pensionistico. 
Il governo di Varsavia ha obbligato i fondi pensione a trasferire forzatamente gli investimenti in titoli di stato del valore di 37 miliardi di dollari nelle mani del Tesoro, diminuendo di botto il debito pubblico di un valore pari all'8% del Pil. Con la debacle del sistema cileno di qualche anno fa - che però è una storia un po' diversa - la disfatta dell'offensiva contro la previdenza pubblica guidata una ventina d'anni fa dalla World Bank è completa. E pour cause. Quello che i primi tre paesi fecero fu semplicemente trasferire la gestione del sistema pensionistico pubblico ai privati sicché, mentre il sistema restava fondamentalmente il medesimo, i costi di gestione si accrescevano per la minore efficienza della gestione privata e dei profitti che questa intende lucrare. Per capire facciamo un passo indietro. Semplicissimo.
 


Nel sistema pensionistico pubblico gli enti mutualistici (come l'Inps) prelevano i contributi dei lavoratori (supponiamo 100 euro) e ne restituiscono altrettanti ai pensionati correnti (diciamo 98, con 2 euro che sono i costi di gestione del sistema pubblico che è molto più efficiente del sistema privato). I lavoratori sono consenzienti perché contribuendo oggi acquisiscono il diritto alla pensione da anziani.
Con le privatizzazioni, invece, gli stessi 100 euro dell'esempio venivano devoluti a fondi pensione i quali li investivano nel mercato finanziario. La promessa era che le pensioni future non sarebbero state più erogate dallo stato, bensì dal riscatto dei fondi investiti incluso il rendimento realizzato. 
Ma è proprio così? 

Intanto gli enti mutualistici come fanno a pagare le pensioni correnti una volta che vengano meno i contributi (se questi vanno ai fondi pensione)? Ciò che accade è che il Tesoro emette titoli di stato (per 100 euro) per pagare le pensioni correnti. E chi li compra? Gli stessi fondi pensione coi contributi dei lavoratori. 
Insomma, prima della riforma i lavoratori davano 100 allo stato e questo ci pagava le pensioni. 
Ora danno 100 ai fondi pensione che ci acquistano 100 titoli di stato con cui quest'ultimo ci paga le pensioni. 
È cambiato qualcosa? 
Nella sostanza no: i 100 di contributi servono sempre a pagare le pensioni correnti - com'è nella logica di qualunque sistema pensionistico in cui chi lavora sostiene gli anziani - solo che fanno un giro più tortuoso. E in questo giro c'è chi ci perde e chi ci guadagna. 

Lo stato deve pagare degli interessi sui titoli che emette. Per esempio, a un tasso del 5% per erogare 100 euro di pensioni deve pagare 5 euro di interessi all'anno su 100 di titoli emessi. E chi si intasca gli interessi? Supponiamo che i gestori dei fondi attribuiscano il rendimento dei titoli ai lavoratori, è questo un guadagno netto per loro? No, perché nella veste di lavoratori o di pensionati (e nella vita capitano entrambi i ruoli) lo stato chiederà loro 5 euro di imposte di più all'anno. Inoltre è molto probabile che dei 100 euro di contributi investiti in titoli di stato, i fondi pensione ne restituiscano ai lavoratori quando andranno in pensione solo, diciamo, 80 o 90, per le spese di gestione, marketing e profitti. 
C'è solo un vincitore, i fondi pensione che fanno la cresta.

Questi fatti erano chiarissimi già a fine anni '90 a economisti come Stiglitz e altri. Meno chiari erano a presunti tecnici nostrani, Elsa Fornero in testa, una studiosa vicina a potenti interessi finanziari (ma incompresi anche da esperti di pensioni vicini alla sinistra radicale). 

Gli economisti della World Bank, la principale paladina delle riforme, non erano così sciocchi da non vedere che si trattava di un gioco delle tre carte. Ma avevano un argomento di riserva. Con la riforma il debito pubblico cresce perché, come s'è visto, lo stato si indebita per pagare le pensioni correnti. Ma nella logica del tanto peggio tanto meglio della World Bank, ciò avrebbe aperto la strada a ridurre altre voci della spesa sociale. 

«Il fatto eclatante - nota uno sconcertato Vittorio Da Rold su Il Sole del 6/9 - è che i fondi pensione non saranno minimamente risarciti». Ma il giornalista si dà da sé la ragione: il governo polacco ritiene, infatti, «che i bond siano stati acquistati con i contributi dei dipendenti che altrimenti sarebbero andati al governo». 
Lo stato cioè si riprende titoli che appartengono ai lavoratori, e li cancella dal proprio debito, garantendo a questi ultimi le pensioni future, probabilmente più certe ed elevate, visto che chi ci rimette sono solo i fondi pensione che dovranno smettere di fare la cresta alle spalle di stato, lavoratori e pensionati.




S. Cesaratto - 10/09/2013

il Manifesto

martedì 10 settembre 2013

Italia in vendita, a partire da ENI?


"Il Governo sta lavorando al Piano Destinazione Italia, che a fine settembre presenteremo e approveremo, con dentro un grande pacchetto di dismissioni e incentivazioni per l'attrazione degli investimenti esteri"
Enrico Letta, primo ministro italiano (8 settembre 2013)
 
Prima di questa dichiarazione, la Cassa Depositi e Prestiti deteneva il 27% di ENI e un altro 4% scarso lo Stato lo controllava direttamente. Poi bisogna vedere quanto 'autonomamente' erano fatte le scelte manageriali pubbliche, quanto in un'ottica pubblica e repubblicana e quanto in un'ottica cieca al "servizio" della nazione, ovvero asserviti a leggi di mercato.
Dopo questa dichiarazione di Letta, a chi andranno a prezzo scontato parti dell'ENI? Alla Russia? Ai cinesi? O ci sposteremo a chiedere moneta fino nel Golfo Persico?

Vendere macchine, aziende, persone in cambio di liquidità è un sistema che non funziona per rimettere in piedi un paese, d'altra parte è da 4 secoli che l'Occidente deruba ad esempio l'Africa, pigliando risorse in cambio di carta straccia. 
Avremo (pochi) soldi in cambio di manodopera, di produzione e trasformazione di materie prime, per comprare a caro prezzo energia e manufatti finiti ai nostri vicini. 
L'Italia diventerà un paese di zombi, giovani senza più alcun progetto realizzabile ed anziani che ricevono pensioni sempre più magre giusto per comprare la mela quotidiana. 
Il progetto di Letta, che di Letta non è ma viene dall'estero, è il progetto di chi stringe ancora un po' il cappio attorno al collo.
Svendere, smontare, spostare, portar via, è sempre stata e sempre sarà una perdita. Spesso irreversibile.
Ma questo ci impongono i padroni del vapore.
Amen
http://petrolitico.blogspot.it
08/09/2013

giovedì 5 settembre 2013

Il "caso Fiat" riapre la partita sulla rappresentanza

La Fiat ha dato ieri disposizioni interne che rendono possibile la nomina dei delegati della Fiom nei propri stabilimenti. Non è un gesto di resipiscenza da parte di Marchionne, ma semplicemente l'effetto concreto della sentenza della Corte Costituzionale che ha riconosciuta l'incostituzionalità di quella parte dell'art. 19 dello Statuto dei lavoratori che vincolava il “riconoscimento” di un sindacato – e quindi la sua agibilità all'interno dei posti di lavoro – alla firma sotto gli accordi aziendali e ai contratti.
Una delle tante stronzate fatte dalla Cgil – e dal Pci e suoi successori – che avevano pensato bene di immaginare una norma ad goc per far fuori, circa 20 anni fa, i nascenti sindacati di base. Immaginavano. I furbi, che per loro non ci sarebbe mai stato problema di riconoscimento reciproco tra sindacato e azienda. E invece la “svolta” di Sergio Marchionne, con l'imposizione del “modello Pomigliano a tutto l'universo Fiat presente in Italia, fa puntato a far fuori anche la Fiom; ovvero i metalmeccanici della Cgil, riottosi e a volte apertamente conflittuali, ma pur senpre “pronti a obbedir tacendo” pur di restare dentro la casa madre.
La decisione della Consulta ha messo la Fiat in una posizione insostenibile, costringendola infine ad accettare la presenza di delegati Fiom nelle Rsa (uscendo da Confindustria e disconoscendo il contratto nazionale di categoria, il Lingotto ha annullato anche il sistema delle Rsu elette direttamente dai dipendenti). Ma ha subito rilanciato: o si fa una legge sulla rappresentanza sindacale che dia certezza legale alle aziende, oppure è pronta a lasciare lItalia. “Un intervento legislativo è ineludibile”, segnala il Lingotto, sottolineando che “la certezza del diritto in una materia così delicata come quella della rappresentanza sindacale e dell’esigibilità dei contratti è una condicio sine qua non per la continuità stessa dell’impegno industriale di Fiat in Italia”.
Non è comunque del tutto convinta di doverlo davvero fare, interpretando a suo modo la sentenza. “Peraltro questa fissa, come ovvio, un principio di carattere generale; la titolarità dei diritti di cui all’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori alle organizzazioni sindacali che abbiano partecipato alle trattative per la sottoscrizione dei contratti applicati in azienda; la cui riferibilità alla Fiom nella concreta situazione Fiat è più che dubbia”.
Un ricatto vero e proprio e una messa in discussione persino della Corte Costituzionale. Perché è ovvio che alla Fiat non andrà bene nessuna “legge sulla rappresentanza” che non accolga la sua pretesa di discriminare i sindacati “non complici”. Può del resto contare su Cgil-Cisl-Uil che sono ampiamente disponibile a darle ragione (vedi il documento “unitario” con Confindustria siglato ieri a Genova) e su un governo che è pronot a superare a destra anche le richieste delle imprese.
La Fiom ha cantanto giustamente vittoria, sostenendo che “rientra in fabbrica dalla porta principale”. Ma ha cercato anche di non farsi spiazzare dal rilancio di Marchionne.
Che in questo Paese ci sia bisogno di una legge sulla rappresentanza, la Fiom lo sostiene da tempo. Infatti, tre anni fa abbiamo raccolto le firme e presentato in Parlamento una legge di iniziativa popolare su questo tema”, ha detto subito Maurizio Landini.
Il segretario del Fismic (sindacato fondato direttamente dalla Fiat, ai tempi di Valletta, allora chiamato Sida), Roberto Di Maulo, non ha trovato di meglio che attaccare il governo: “ci troviamo fronte all’inettitudine del governo Letta che, pur investito formalmente della questione, non fa nulla e al silenzio delle grandi centrali sindacali nazionali. E questo non può essere scaricato sulle spalle dei lavoratori di Mirafiori, di Cassino e più in generale di tutti i lavoratori italiani. Il governo Letta si sta assumendo una gravissima responsabilità: si balocca con questioni sovrastrutturali, ma non risolve nessun problema del Paese”.
Che in Italia ci sia un problema serio di legge sulla rappresentanza sindacale lo dicono da anni anche i sindacati di base, a cominciare dall'Usb, promotrice a sua volta di una proposta di legge di iniziativa popolare. Il problema è dunque “quale legge” potrebbe venir fuori dati gli attuali rapporti di forza politico-parlamentari, che certo non testimoniano a favore dei lavoratori; una che attribuisce ai lavoratori il potere di scegliersi liberamente i propri delegati e sindacati, oltre che di approvare o bocciare gli accordi (sembra difficile), una che consente alle aziende di scegliersi o inventarsi i "sindacati" con cui contrattare o un pastrocchio immondo che dà sostanzialmente tutto il potere alle aziende ma con molte formule confuse che sembrano anche delle "aperture"?

E problemi ci sono anche in casa Cgil. Lo stesso Landini, tornando sul tema oggi, ha sottolineato che la Fiom è favorevole a una legge sulla rappresentanza, ma ritiene che non sia accettabile il mero recepimento dell'accordo interconfederale con la Confindustria. Sembra un cauto cambiamento di posizione rispetto a quanto detto a caldo, in occasione dell'accordo firmato il 31 maggio.E anche un nuovo smarcamento rispetto alla linea perseguita finora dal segretario generale della confederazione, la ex craxiana Susana Camusso. Del resto la Cgil dovrebbe tenere il suo congresso nella prossima primavera (se non si andrà alle elezioni anticipate), e non è un mistero che Landini possa contrapporsi come candidato alternativo. 

"Che serve una legge sulla rappresentanza - ha affermato - noi lo diciamo da tre anni, ma non si può fare solo per fare un favore alla Fiat. Il fatto che questo accordo funzioni è tutto da dimostrare: proprio nella nostra categoria Fim e Uilm stanno facendo di tutto per non farlo applicare sulle elezioni delle Rsu ma anche sugli accordi. Una legge sulla rappresentanza non può semplicemente rispondere a un accordo tra privati, ma deve rispondere ai principi previsti dalla Costituzione sulle libertà sindacali. Inoltre c'è bisogno che il Governo cancelli l'articolo 8 che ha introdotto in Italia la possibilità di fare accordi tra privati in deroga alle leggi del nostro Paese, cosa che non esiste in nessun Paese europeo".

Materia complicata, come si vede, e dal futuro oscuro. Perché anche Landini ha mostrato spesso di esser pronto a sacrificare posizioni di principio al “calcolo politico” interno alla Cgil.



http://www.contropiano.org
03/09/2013

mercoledì 4 settembre 2013

kvelli 'fighi' - II puntata

Crisi, anche i tedeschi sfruttano:
paghe da fame e abusi nel libro di Wallraff

 Nel panificio della Lidl a sei euro l'ora, ustionato da padelle roventi. Turni da 14 ore a Starbucks. O 15 ore al volante per il corriere Gls. Il giornalista specializzato in inchieste sotto copertura, ospite al festival di Mantova, racconta il lato oscuro del lavoro nella ricca Germania

 Visto come stanno andando le cose in Italia dal punto di vista lavorativo, con picchi di disoccupazione (soprattutto giovanile) da far rabbrividire, la voglia di andarsene a cercar migliori condizioni altrove è sempre più forte e diffusa. Ma andare dove? Certo, in Germania. Il paese dove l’economia è solida, l’euro è più forte e detta le condizioni del mercato, i diritti dei lavoratori rispettati, i salari ottimi e l’assistenza sanitaria garantita. Sarà proprio così? Günter Wallraff, l’inventore del giornalismo d’inchiesta sotto copertura, non è d’accordo. Non in tutta la Germania le condizioni dei lavoratori sono idilliache. E la sua tesi l’ha confortata con i fatti. Quelli che lui stesso, travestito da operaio piuttosto che da fattorino o magazziniere, ha vissuto sulla propria pelle.

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