giovedì 17 dicembre 2015

Comunicato relativo al meeting aziendale

NESSUNO REMA CONTRO IL CAMBIAMENTO
ECCO LE PRIORITÀ

CAMBIAMO modo di lavorare
con interventi pianificati e non in perenne emergenza

CAMBIAMO il tipo di formazione
Deve essere tecnica e diffusa per rispondere ai continui aggiornamenti tecnologici

AFFIANCHIAMO i giovani ai colleghi più esperti
sì alla condivisione del know how

RINNOVIAMO il rapporto con le persone che LAVORANO in Regione
A richieste chiare e precise risposte tecniche e puntuali

TRASFORMIAMO il sistema premiante
Il premio al valore del GRUPPO non solo alla persona di riferimento

Le RSU FIOM Insiel Trieste

mercoledì 11 novembre 2015

NOTE CRITICHE SULLA PIATTAFORMA FIOM

Punto per punto, alcune riflessioni su quel che non va della Piattaforma FIOM 2016, tralasciando per lo più quel che altri hanno già detto.

di Lorenzo Mortara


Nuovismo – La prima cosa che colpisce della PIATTAFORMA FIOM per il RINNOVO del CONTRATTO DEI METALMECCANICI 2016, è la voglia di novità e di sperimentazione contrattuale. Tutto il preambolo è un unico peana in onore del rinnovamento. Peccato che anche Federmeccanica, non parli d’altro che di rinnovare l’assetto contrattuale. Questo vizio di ammiccare alla controparte con le stesse parole, ben sapendo che le lingue sono diverse, ha già prodotto disastri nel recente passato. Chi non ricorda che Landini fu il primo ad aprire a Renzi? Il metodo era lo stesso: il Berluschino del PD voleva cambiare l’Italia, e anch’io, disse il nostro Leader, lo voglio, perché nessuno più dei lavoratori vuole cambiare questo Paese. Sperava così di diventarne un interlocutore privilegiato. Divenne solo un giocattolo nelle sue mani. Possibile che dobbiamo fare un’altra volta la figura dei fessi? Così come Renzi vuole cambiare in peggio il Paese, e Landini in meglio, almeno per i lavoratori, alla stessa maniera l’innovazione contrattuale di Federmeccanica è lo smantellamento del Contratto Nazionale, l’innovazione della Fiom è invece il suo rafforzamento. Sono due cose opposte e inconciliabili, perché quando due discorsi vaghi e generici sul rinnovamento contrattuale si incontrano, tra i due prevale sempre quello più forte. Esattamente come l’apertura a Renzi sul cambiamento del Paese, non ha sortito altro che l’uso strumentale di Landini come copertura delle sue politiche antioperaie. La colpa non è di Renzi, ma di Landini che l’ha continuamente promosso, portandolo in palma di mano per un paio di mesi, anziché smascherarlo subito senza pietà. La Piattaforma ripete lo stesso errore col profondo rinnovamento contrattuale…

 

mercoledì 28 ottobre 2015

La dottrina del Jobs Act e il deserto dei diritti


di Domenico Tambasco

Proprio centodieci anni fa, di questi tempi, la Corte Suprema statunitense nella causa Lochner contro New York dichiarava incostituzionale la “limitazione” a dieci ore lavorative giornaliere (ovvero 60 ore settimanali) introdotta dallo Stato di New York a favore dei dipendenti dei panifici. Nella motivazione di tale provvedimento, è dato leggere che “la norma priva queste persone della libertà di lavorare finché lo desiderano”[1].

Una sentenza analoga desterebbe oggi ilarità e stupore; eppure, nell’era del Jobs Act si considerano con serietà le affermazioni di uno degli ispiratori delle moderne “riforme del lavoro”, Pietro Ichino, che nel brandire il vessillo della “protezione nel mercato del lavoro e non dal mercato del lavoro”[2] e nell’auspicare un regime nel quale il licenziamento “è considerato come evento appartenente alla normale fisiologia della vita aziendale, in qualche misura utile anche alle stesse persone che lavorano”[3], afferma perentoriamente che “non c’è legge o contratto collettivo, non c’è giudice, o ispettore, o sindacalista, che possano assicurare a una persona che vive del suo lavoro la libertà e la dignità che le è data dalla possibilità di andarsene sbattendo la porta dall’azienda dove è trattata male, perché sa dove trovarne un’altra dove la trattano meglio. Un mercato del lavoro fluido e innervato da buoni servizi per l’incontro fra domanda e offerta può fare molto di più, per la dignità e libertà dei lavoratori, di quanto possa la Gazzetta Ufficiale”[4].

A parte il secolo di distanza, tra i principi sanciti dalla Corte Suprema e le tesi espresse da Ichino non c’è proprio nessuna differenza: la “libertà di lavorare finché lo si desidera” e la “libertà di andarsene via sbattendo la porta” sono pure mistificazioni, nello stile della neolingua orwelliana[5], costruite ad arte allo scopo di isolare il lavoratore e il suo prodotto, il lavoro, abbandonandoli alle leggi di mercato. Un vecchio schema distruttivo, già collaudato nei decenni del primo liberismo e del laissez faire, che risponde all’applicazione del principio della libertà di contratto[6], ovverosia un ritorno all’infanzia del diritto del lavoro, dove lavoratore e datore di lavoro erano parti accomunate dall’astratta ed apparente eguaglianza in un contratto di scambio[7].

Dinanzi alla “dottrina” del Jobs Act, si staglia tuttavia la cruda realtà del mercato del lavoro: la costitutiva, connaturale disparità di potere economico che da sempre caratterizza i rapporti tra lavoratore e datore di lavoro ed un immane esercito industriale di riserva, rappresentato da una massa di disoccupati e da “un vasto sistema legale di occupazioni con contratti di breve durata, a tempo parziale, in affitto, pagate al di sotto della soglia di povertà”[8].

Al deserto dei diritti sul lavoro, perfezionato dalla recente liberalizzazione dei licenziamenti anche nei contratti a tempo indeterminato e dalla legittimazione dei demansionamenti, fanno da controcanto le misere compensazioni nel mercato del lavoro, costituite dall’aumento dell’indennità di disoccupazione e da qualche voucher, senza tuttavia alcun serio ricorso a misure doverose (e diffuse in quasi tutta Europa) di reddito minimo garantito: i jobcentre dell’esperienza tedesca o inglese sono solo un miraggio[9].

Quale libertà di scelta potrà mai avere l’impiegato cinquantenne licenziato dall’oggi al domani? Quale libertà di definire la propria retribuzione potrà avere il lavoratore di fronte ad aziende che, con migliaia di “lavoratori poveri” alle porte, fanno del contenimento del costo del lavoro il proprio “cavallo di battaglia”? Quale employability[10] sul mercato del lavoro (per utilizzare gli anglicismi cari alla neolingua del Jobs Act) potrà mai vantare il lavoratore ora “liberamente” demansionato per anni a seguito di una decisione unilaterale del datore?

Parlare di libertà del lavoratore nel mercato del lavoro in questo scenario, dunque, è come gettare una persona nel mare in burrasca, rassicurandola che è libera di nuotare per salvarsi.

E allora è proprio il caso di chiamare le cose con il loro nome, tornando all’epoca in cui abbiamo trovato la sentenza della Corte Suprema, e seguendo l’opposto discorso di un personaggio animato dalla penna di un altro statunitense, Jack London, le cui parole paiono ancora tanto attuali: “Quando parlava dell’uguaglianza delle probabilità per tutti, alludeva alla facoltà di spremere guadagni......desiderate l’occasione per spogliare i vostri simili uno alla volta e vi suggestionate al punto di credere che volete la libertà…...trasformate il desiderio di guadagno, che è puro e semplice egoismo, in sollecitudine altruistica per l’umanità sofferente…….la parola libertà, nel caso vostro, significa ricavare profitti dagli altri[11].



fonte
http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-dottrina-del-jobs-act-e-il-deserto-dei-diritti/


[1] La sentenza del 1905 è citata da Ha-Joon Chang in Economia, istruzioni per l’uso, Milano, Il Saggiatore, 2015, p. 334, come esempio della logica economica liberista in materia di lavoro.
[2] P. Ichino, Il lavoro ritrovato, Rizzoli, Milano, 2015, p. 69.
[3] P. Ichino, cit., p. 71.
[4] P. Ichino, cit., p. 85.
[5] La neolingua del Jobs Act, Micromega, 11 marzo 2015.
[6] Karl Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino, ed. 2010, p. 210.
[7] Maria Vittoria Ballestrero, Il lavoro e l’eguaglianza nel deserto dei diritti, in La vocazione civile del giurista – saggi dedicati a Stefano Rodotà, Roma-Bari, Laterza, 2013, pp. 166-167.
[8] Luciano Gallino, Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti, Torino, Einaudi, 2015, p. 119.
[9] Si rimanda alla completa trattazione di G. Perazzoli, Contro la miseria, Roma-Bari, Laterza, 2014.
[10] Traducibile con il termine “occupabilità”.
[11] Si tratta del discorso di Ernest nel capitolo “I distruttori della macchina” del romanzo di Jack London, Il tallone di ferro, 1907, ed. 2014, Feltrinelli, Milano, pp. 105 e 109.
 

lunedì 10 agosto 2015

Il mio pensiero razzista del giorno


il dio fallito

Ve la ricordate quella bella favoletta che vi hanno insegnato in tutte le scuole di ogni ordine e grado che avete frequentato e i cui personaggi erano la "concorrenza perfetta" che garantiva il massimo dei benefici ai produttori e ai consumatori di beni, il mercato quale "migliore allocatore di beni e servizi" immaginabile da mente umana, l'insuperabile efficienza della libera iniziativa privata che garantisce sempre e comunque il meglio del meglio che si possa desiderare?
Ve la ricordate?
Dovreste, perché la favoletta viene ripetuta ogni giorno, milioni di volte al giorno, da tutto l'universo mediatico con cui venite in contatto (tv, giornali, web, pubblicità, ecc.)
Beh, adesso che vi siete ricordati metteteci una pietra sopra e dimenticatevela, la favoletta, perché proprio da uno dei massimi esponenti del pensiero unico fondato sulla religione del mercato, il liderino renzifonzi, abbiamo saputo che l'efficienza del mercato, della concorrenza, dell'iniziativa privata è una insulsa buffonata. Nel senso che tutta questa efficienza non è assoluta, è relativa. Anzi relativissima.
Non che la cosa non fosse nota, anzi tutti i manuali di economia appena decenti trattano il tema del "fallimento del mercato" in circostanze determinate, però sentirlo dire a uno di quelli che ci sta tormentando giorno e notte dicendoci che si deve liberalizzare, privatizzare, rendere tutto più efficiente con sempre maggiori dosi di "mercato" e di "concorrenza" fa un certo effetto.
Il liderino renzifonzi ce lo ha fatto presente l'altro ieri quando ha presentato il supermega piano per la banda ultra super mega larghissima. Il piano prevede investimenti per 12 miliardi, di cui 7 statali e 5 provenienti dai "privati", per "non lasciare" nessuna zona d'Italia senza banda larga, cioè senza Internet superveloce.
Il liderino ha ammesso, impappinandosi non poco (vedere il video, dal minuto 2':45" in poi, per capire il disagio che gli provocava dirlo), che i "privati" investono solo dove pensano di potere fare profitti e quindi se si sta con la speranza che i "privati" investano in infrastrutture per portare la banda extra large pure nei paesini di montagna del già sottosviluppato Sud stiamo freschi.
Pertanto che fa lo Stato? Mette mano al portafoglio e sgancia una montagna di denari per incentivare i "privati" a investire dove non c'è nulla da guadagnare. In altre parole lo Stato paga i privati per garantire un servizio che i privati, cioè l'efficientissimo libero mercato di questa gran cippa, non riescono a garantire.
Detto con altre parole ancora, per chi fosse duro di comprendonio, lo Stato si fa carico delle inefficienze, del fallimento, del mercato pagando profumatissimamente con denari pubblici i privati pregandoli di fare una cosa che non farebbero manco morti. Chiaro adesso?
Eppure, ve lo ricordate?, la Telecom (come mille altre aziende di Stato), quindici anni fa, è stata privatizzata sotto la spinta mortifera dell'onda anomala che chiedeva più mercato e meno Stato. Perché il mercato è il bene e lo Stato è il male. Epperò, all'evidenza, il mercato fa schifo almeno quanto lo Stato visto che se fosse stato efficiente oggi non solo ci sarebbe la banda larga almeno in tutte le città capoluogo di regione (e così non è) ma pure nel più piccolo paesello sperduto in mezzo alle valli delle Madonie.
E questo al netto di tutte le porcherie finanziarie che si sono fatte alle spalle di una delle maggiori compagnie di telecomunicazioni del mondo che l'hanno ridotta ad un pozzo senza fondo di debiti arricchendo però un pugno di "liberi imprenditori" uno più inefficente e deficiente dell'altro (da colaninno e i "capitani coraggiosi" di dalemiana memoria ai tronchetti groviera).
Cinquant'anni fa le cose non erano così disgustose.
Cinquant'anni fa o poco più (luglio 1962 per essere precisi) Amintore Fanfani assieme a Pietro Nenni, in procinto di entrare nella maggioranza di governo, per risolvere il penoso problema dell'assenza di energia elettrica in mezza Italia (isole comprese) non chiese alle compagnie elettriche private se volevano aderire ad un piano per portare la luce a tutti gli italiani. No, fece un'altra cosa: consapevole del "fallimento del mercato", nazionalizzò tutte le compagnie elettriche e creò l'Enel. Che portò la luce ovunque. E affanculo l'efficienza del mercato.
Ora tutti a battere le manine al liderino renzifonzi che, coraggiosamente, "stacca assegni" come dice lui, per ammodernare la città e fare vedere a tutti YouPorn sul telefonino e nessuno che noti come questo "staccare assegni" dia la certificazione, incontrovertibile oltre che ennesima, che il dio unico chiamato mercato è un dio fallito per definizione e chi crede alla sua efficienza sempre e ovunque è più fallito del dio che adora.

P.S.: ah, un'altra cosa. Avete sentito che i cinesi della Tre e i russi della Wind hanno fuso le due società creando il primo operatore di telefonia mobile in Italia? Adesso gli operatori sono diventati tre da quattro che erano. Era già un oligopolio prima e lo è ancora di più adesso. La prova provata, l'ennesima, che il "mercato" - lungi dal prediligere la famosa atomizzazione di produttori e consumatori, cioè la dura concorrenza tra produttori in primis che abbassa i costi e migliora i prodotti - predilige la concentrazione, l'accordo tra i concorrenti, i "cartelli" e, in ultima analisi, la "reductio ad unum" cioè la tendenza al monopolio privatistica, cioè il massimo dell'inefficienza del "libero mercato".

Un'altra prova dell'esistenza del dio fallito.

 Turi Comito

 
 

lunedì 6 luglio 2015

Accordo raggiunto!!!!

Nel pomeriggio di oggi abbiamo raggiunto un accordo con l'Azienda che, secondo il nostro giudizio, racchiude e riunisce le richieste e le tutele per chi accede al prepensionamento, per chi viene assunto e per chi continua a lavorare all'Insiel.

Comunque L'ultima parola sarà dei lavoratori che esprimeranno il loro giudizio.
chi ha la necessità dei ricevere i testi o delucidazioni può contattarci fiom.insiel@gmail.com 

L'assemblea dei dipendenti dell'insiel di Trieste si svolgerà giovedì 9 luglio alle ore 15.30 presso la mensa.


mercoledì 1 luglio 2015

Incontro Insiel

Oggi la delegazione sindacale si è riunita in direzione per la trattativa sulla mobilità senza la presenza della direttrice generale.
La discussione si è protratta con discreto successo fino al momento della scoperta da parte nostra della ritira unilaterale da parte dell’azienda dell’offerta precedentemente formulata.
La trattativa riprenderà solo alla presenza della direttrice  generale dott. Filippini che si era fatta garante di tutti i termini dell’accordo.
La FIOM Trieste contatterà la direttrice nella speranza di proseguire l’accordo sulla basi precedentemente date.
L’accordo non fornisce attualmente le necessarie garanzie che la FIOM Trieste richiede per i nuovi lavoratori entranti e per i lavoratori i uscita.


Le RSU e la Segreteria Fiom Trieste

venerdì 15 maggio 2015

incontro con DG e legge Fornero

 ieri abbiamo avuto il secondo incontro con la DG Filippini.

Nell'incontro ci è stato comunicato che:
·         anticiperanno l'erogazione del Premio di Risultato a maggio. L'erogazione del premio non sarà detassato (differentemente degli anni precedenti) in quanto non è stata promulgata ancora la legge.
·         Hanno risolto la carenze di personale nel reparto del ced con assunzione di personale somministrato (interinali).
·         Il support center verrà svolto dall'Insiel e la Regione ha deciso di continuare a “finanziare” Insiel mercato esternalizzando il servizio di secondo livello.

Per la DG questi argomenti non prevedono la discussione e tanto meno la trattativa, ma solo comunicazione.

Alla scadenza dell'ora concessa alle Rappresentanze Sindacali la DG e tutta la delegazione aziendale è uscita dalla stanza dicendo che avevano altri impegni.

In serata abbiamo ricevuto la seguente mail (documento in allegato):

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Oggetto:

Accordo L. 92/2012

Data:

Thu, 14 May 2015 18:41:16 +0200

Mittente:

Boscarol Paolo - Insiel

A:

RSU ,

CC:

Filippini Maria Grazia , Valerii Luca , Ragogna Daniele



Gentili,

a seguito dell’incontro odierno, durante il quale non è stato possibile discutere dell’accordo relativo alla c.d. legge Fornero, riteniamo opportuno e necessario trasmettervi in allegato la bozza del documento che intendevamo sottoporre alla vostra gentile attenzione.

Considerata la crescente aspettativa dei Colleghi interessati all’adesione e la frequente loro richiesta di aggiornamenti in merito al raggiungimento del necessario accordo tra le parti, più volte a noi manifestata nelle ultime settimane, riteniamo urgente un vostro riscontro sui contenuti del documento proposto.

Siamo pertanto a chiedervi di farci pervenire i vostri commenti sul testo in allegato entro il 21 maggio p.v.

In caso di mancata risposta, successivamente a tale data, l’Azienda si sentirà libera di comunicare ai Colleghi il mancato raggiungimento dell’accordo in oggetto.

Certi della vostra attenzione, porgiamo un cordiale saluto.

dott. Paolo Boscarol

Responsabile Contratti e Relazioni Industriali
Direzione Risorse Umane

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considerazioni:
Premettendo che tutta la delegazione sindacale vuole riuscire a siglare l'accordo per dar modo ai colleghi, che hanno la possibilità, di accedere alla pensione è altresì vero che non è possibile prescindere l'accordo dal futuro dell'azienda.


In data 15 aprile le RSU unitariamente hanno spedito alla direzione aziendale il seguente comunicato:


Accordo Legge n. 92 2012 (Legge Fornero)

Prima di procedere è necessario raggiungere intesa su:

·         CED – inserimento di personale con un contratto che garantisca la continuità. Quello somministrato, oltre ai maggiori costi in sé, comporta il rischio di non poter confermare la risorsa al termine del contratto, e quindi perdere tutto il bagaglio formativo investito su di essa.

·         Support Center – verifica del personale inserito nel servizio e considerazione riguardo il precedente affidamento diretto d'attività. L’attivazione di tale servizio, che ha un fortissimo impatto nell’opinione che l’utenza ha della nostra Azienda, deve tener conto che le professionalità richieste sono quasi tutte in Insiel Mercato (tranne una lavoratrice appena rientrata), e che per poter svolgere tale lavoro sia necessaria una motivazione (volontarietà) e un chiaro inquadramento economico, visto che il Call Center risponde con orario 8-19 da lunedì a venerdì e 8-14 il sabato.

·         Modalità d'inserimento di 50 lavoratori a fronte delle uscite previste dall'accordo sulla Legge Fornero (rifiuto del precariato)

·         Tutela delle sedi minori e continuità del presidio del territorio



Reputiamo che questi siano vincoli di buon senso.
Ebbene, l'azienda vuole fare una forzatura tentando di dividere i dipendenti Insiel mettendo i lavoratori che hanno la possibilità di andare in pensione contro i lavoratori che restano in Insiel imponendo con il ricatto ai rappresentanti dei lavoratori la firma di un accordo che parla di esuberi senza poter neppure introdurre dei punti di mediazione.

La nostra volontà, come RSU della Fiom di Trieste è di indire unitariamente un'assemblea generale dei lavoratori. Vi comunichiamo che le RSU, sempre unitariamente hanno fatto una richiesta d'incontro alla prima commissione della Regione FVG sulla situazione dell'Insiel.

mercoledì 8 aprile 2015

lunedì 16 febbraio 2015

alla Presidente Debora Serracchiani



Le lavoratrici e i lavoratori dell'Insiel di Trieste, riuniti in assemblea il 12 febbraio 2015, ravvisando la fragilità e l'inadeguatezza del Piano Industriale 2014-2017, anche a fronte delle ultime correzioni avanzate dall'Assessore Panontin, proclamano lo stato di agitazione e richiedono la Sua esclusiva partecipazione ad una assemblea di lavoratori in Insiel.

Si ritiene necessario un confronto diretto al fine di chiarire e approfondire la vision imposta ad Insiel S.p.a. dalla Regione FVG,  in nome e per conto di un rilancio e nell'ottica di una innovazione nel settore informatico dell'azienda che riveste fin dalla sua nascita un ruolo pubblico .

In particolare i lavoratori vogliono approfondire i seguenti argomenti connessi al futuro dell'azienda:

- cambio di mission da Software House a Service Providing;

- cessione degli sviluppi del software Sanità ed Ascot a favore di aziende private con relativo finanziamento pubblico;

- licenziamento dei ricorrenti di Insiel Mercato, per mancato rientro in servizio, nonostante l'Insiel sia già ricorsa in appello alla sentenza di primo grado risultata favorevole ai ricorrenti.
  
In attesa di un Suo positivo riscontro entro il prossimo 25 febbraio 2015, i lavoratori si asterranno da iniziative di protesta.


RSU FIM, UILM e FIOM di Trieste e le rispettive OO.SS.
 
*
La risposta della Presidente 



Riscontro la vostra mail odierna.
In relazione alla richiesta formulatami non ho evidentemente alcun problema a ragionare con i lavoratori del piano industriale, della questione sanità e dei licenziamenti dei ricorrenti.
Ritengo però che essendo stata avviata una trattativa a livello regionale con le segreterie di Cgil Cisl e Uil, vi sia la necessità di procedere in questa direzione e solo all’esito di questa trattativa incontrare i lavoratori.
Naturalmente ci tengo a ribadire l’assoluta priorità da parte della Regione nel considerare Insiel un asset regionale prezioso, cui affidare la gestione delicata delle riforme che sono state intraprese da questa Amministrazione e le azioni di rilancio già indicate nel piano industriale.
La trattativa in corso e il dialogo comunque avviato anche con l’intervento dell’Assessore delegato auspico potranno essere anche l’occasione per un miglioramento e rafforzamento delle relazioni sindacali.
Di un tanto informo le segreterie regionali e l’Assessore Panontin che mi leggono in copia.
Cordiali saluti,

Debora Serracchiani
 

 

martedì 20 gennaio 2015

Situazione Insiel

Come ognuno di noi sa, la situazione in azienda diventa ogni giorno più pesante, per questo, con le altre RSU abbiamo deciso di provare a smuovere qualcosa ...
Abbiamo deciso in prima battuta di inviare una mail di denuncia, in particolare al Presidente al direttore del personale e al CDA che vi alleghiamo.

Non vi nascondiamo che siamo coscienti che anche questa iniziativa cadrà molto probabilmente nel vuoto, per questo, d’accordo con gli altri, abbiamo stabilito una scaletta di iniziative da seguire.




venerdì 9 gennaio 2015

Nessun pasto è gratis, ovvero…

…di alcune perplessità contabili della serva intorno alla presunta rivoluzione copernicana dell’attuale italico governo

In questo finire dell’anno corrente, in conseguenza dei meccanismi innescati dalla legge Fornero del 2012 in relazione alla riforma degli ammortizzatori sociali, decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici ultracinquantenni vengono licenziati in tutto il paese per «non perdere» un anno di mobilità; una quantità, al momento imprecisabile, di crisi aziendali viene risolta mettendo in mobilità, più o meno incentivata, migliaia di dipendenti a prescindere dalla possibilità di raggiungere i requisiti pensionistici, tanto sotto il profilo contributivo quanto sotto quello dell’età anagrafica: tutto questo per non perdere l’opportunità di un anno di indennità dal 30% al 50% inferiore al loro salario contrattuale, ma valido per maturare la copertura pensionistica figurativa.

Una botta di c… che di questi tempi non va sprecata.

Già dallo scorso anno, invece, sempre come conseguenza della legge Fornero, va assumendo dimensioni sempre più rilevanti il fenomeno delle dimissioni volontarie cui viene, per così dire, indotti un numero crescente di dipendenti per non danneggiare i padroni che, ove li licenziassero, dovrebbero pagare all’Inps una penale di circa 240 €, compromettendosi altresì la possibilità di godere di benefici contributivi e/o sgravi fiscali assortiti. La perdita del diritto all’Aspi o alla MiniAspi, con annessi assegni al nucleo familiare da parte di lavoratori e lavoratrici è un incidentale effetto collaterale che, per quanto deprecabile, costituisce il prezzo che qualcuno deve pur pagare, e certamente non possono essere le imprese – fulcro delle ipotesi governative per uscire dalla crisi – a farsene carico.

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fonte : http://www.connessioniprecarie.org
autore : M Fontana - 31 dicembre 2014